potermi perdere dentro la spuma del mare...
liquefarmi e ricompormi dentro un sogno invernale...
sibilare al vento i segreti del mondo...
arrotolare sulle dita sottili i fili dei miei pensieri rammaricati...
e liberarmi...
liberarmi...
librarmi...
venerdì 19 settembre 2008
lunedì 15 settembre 2008
sabato 6 settembre 2008
Incazzata
Hai deciso che non ti servo più.
Che devi ricostruirti una vita.
Una vita senza me, che ora sono solo un dolore inutile.
Non hai detto proprio così. Ma io lo so.
Allora vai.
Ma perdonami se ti penserò con rabbia.
Con rabbia.
Ora mi riesce bene solo questo.
Poi, quando ricomincerò a mangiare, a dormire e a respirare, forse ce la farò anche a capirti.
Per ora sono solo incazzata.
Che devi ricostruirti una vita.
Una vita senza me, che ora sono solo un dolore inutile.
Non hai detto proprio così. Ma io lo so.
Allora vai.
Ma perdonami se ti penserò con rabbia.
Con rabbia.
Ora mi riesce bene solo questo.
Poi, quando ricomincerò a mangiare, a dormire e a respirare, forse ce la farò anche a capirti.
Per ora sono solo incazzata.
martedì 5 agosto 2008
Indiano
L'indiano le spostò i capelli dagli occhi e per la prima volta la guardò.
Davvero.
Aveva il sale fra le ciglia, e le labbra spaccate dal sole. Aveva gli zigomi tondi e la fronte liscia e l'indiano non aveva mai toccato una pelle così morbida.
Le sue dita scivolarono lungo la tempia e fino all'angolo in cui la mascella si piegava, declinando nel lungo collo bianco.
Indugiò per pochi attimi, lasciando la sua mano nodosa, vecchio ulivo, su quella pelle umida di caldo. E poi, con una sorta di invadenza carnale, terrena e terrosa, la lasciò scivolare sulla spalla.
Lei, immobile e consapevole. Piena.
L'indiano non l'aveva mai davvero guardata.
L'indiano voleva solo sapere di cosa sapesse una creatura così inerme ora, fra le sue mani grandi, legnose, sapide di antiche conoscenze.
E stringendo gli occhi, come un bambino che vuole vedere meglio, accostò il viso al suo. Lasciò che le palpebre si chiudessero, indugiò nel contatto fra il suo naso e quegli zigomi così tondi, morbidi.
Bianchi.
Odorava di sapone e pulito. Lui portava con sè il forte odore della vita, di radici mai tagliate, di storie ancestrali, di amuleti senza memoria ormai.
E quando l'indiano, pelle bruna, sentì il sapore sulla punta della lingua, lo riconobbe subito.
Quell'essere sapeva di inizio, di bambini che giocano senza pensieri, di pace naturale, di lunghi corsi d'acqua limpida, di notti sotto le stelle e risate cristalline.
L'indiano ne fu sopraffatto.
Come da una nuova strada.
Come da un nuovo percorso.
Solo più luminoso e meno polveroso.
E la trasse a sè. Come se gli appartenesse. Come se non fosse mai stato necessario spiegare perchè.
L'indiano sapeva bene cosa significava tutto quello che avrebbe fatto.
Eppure lo fece ugualmente.
Sentì la sua pelle umida scivolare su quella candida della donna, percepì i suoi muscoli contrarsi nello stesso identico ritmo di quelli della donna e desiderò, ansimò, urlò.
E le sorresse la schiena inarcata, le baciò avidamente i sogni, le insegnò, mischiando il respiro, la storia della sua terra arida.
E la luna, disco bianco, guardò l'indiano e quell'essere candido ed ebbe nostalgia.
Davvero.
Aveva il sale fra le ciglia, e le labbra spaccate dal sole. Aveva gli zigomi tondi e la fronte liscia e l'indiano non aveva mai toccato una pelle così morbida.
Le sue dita scivolarono lungo la tempia e fino all'angolo in cui la mascella si piegava, declinando nel lungo collo bianco.
Indugiò per pochi attimi, lasciando la sua mano nodosa, vecchio ulivo, su quella pelle umida di caldo. E poi, con una sorta di invadenza carnale, terrena e terrosa, la lasciò scivolare sulla spalla.
Lei, immobile e consapevole. Piena.
L'indiano non l'aveva mai davvero guardata.
L'indiano voleva solo sapere di cosa sapesse una creatura così inerme ora, fra le sue mani grandi, legnose, sapide di antiche conoscenze.
E stringendo gli occhi, come un bambino che vuole vedere meglio, accostò il viso al suo. Lasciò che le palpebre si chiudessero, indugiò nel contatto fra il suo naso e quegli zigomi così tondi, morbidi.
Bianchi.
Odorava di sapone e pulito. Lui portava con sè il forte odore della vita, di radici mai tagliate, di storie ancestrali, di amuleti senza memoria ormai.
E quando l'indiano, pelle bruna, sentì il sapore sulla punta della lingua, lo riconobbe subito.
Quell'essere sapeva di inizio, di bambini che giocano senza pensieri, di pace naturale, di lunghi corsi d'acqua limpida, di notti sotto le stelle e risate cristalline.
L'indiano ne fu sopraffatto.
Come da una nuova strada.
Come da un nuovo percorso.
Solo più luminoso e meno polveroso.
E la trasse a sè. Come se gli appartenesse. Come se non fosse mai stato necessario spiegare perchè.
L'indiano sapeva bene cosa significava tutto quello che avrebbe fatto.
Eppure lo fece ugualmente.
Sentì la sua pelle umida scivolare su quella candida della donna, percepì i suoi muscoli contrarsi nello stesso identico ritmo di quelli della donna e desiderò, ansimò, urlò.
E le sorresse la schiena inarcata, le baciò avidamente i sogni, le insegnò, mischiando il respiro, la storia della sua terra arida.
E la luna, disco bianco, guardò l'indiano e quell'essere candido ed ebbe nostalgia.
venerdì 20 giugno 2008
mercoledì 18 giugno 2008
Biancaneve
lo aspetto ancora.
socchiudo gli occhi, passo la lungua sulle labbra, sospiro profondamente...
poi li riapro, e sono nella stessa posizione di due mesi fa.
Impotente, inerme, senza fiducia...
Mi stanca, mi fa incazzare.
Perchè io sono una con le palle, una che spacca il mondo se vuole. Una che non si lascia di certo intimorire da un maschio qualsiasi.
E invece ho paura.
Come se mi avessero trascinato sull'asfalto, scoprendo la carne più viva...
scorticandomi.
non sono incline a romanticismi.
Preferisco preservarmi.
O tutt'al più scopare...
può essere comunque una buona idea...
(e aspetto ancora il bacio da fiaba che mi avevano promesso...)
socchiudo gli occhi, passo la lungua sulle labbra, sospiro profondamente...
poi li riapro, e sono nella stessa posizione di due mesi fa.
Impotente, inerme, senza fiducia...
Mi stanca, mi fa incazzare.
Perchè io sono una con le palle, una che spacca il mondo se vuole. Una che non si lascia di certo intimorire da un maschio qualsiasi.
E invece ho paura.
Come se mi avessero trascinato sull'asfalto, scoprendo la carne più viva...
scorticandomi.
non sono incline a romanticismi.
Preferisco preservarmi.
O tutt'al più scopare...
può essere comunque una buona idea...
(e aspetto ancora il bacio da fiaba che mi avevano promesso...)
venerdì 6 giugno 2008
sunshine
e mi cancelli da te, proprio mentre dici che ci saresti...
mi cancelli con un click, trascinando la mia faccia fuori dal tuo campo visivo, blocchi le mie parole, i miei dubbi, le mie incertezze...
e resti convinto che io ho troppe sicurezze.
e non sai quanto ti sbagli.
perchè come non ti ho conosciuto, così tu non hai conosciuto me, troppo raggomitolata ora.
Troppo triste e racchiusa.
e non è certo colpa tua.
lo so bene.
e forse fai bene a difenderti.
Io questo nodo alla gola lo manderò giù, prima o poi.
andrà.
andrà assieme a tutto quello che butterò nella spazzatura, appena avrò modo di voltare le spalle anche a me stessa.
E con un gesto della mano, come si scaccia un insetto fastidioso, mi cancelli.
E io lo rispetto.
E io non dico nulla.
Non giudico.
Mi tengo ciò che ho, ciò che sono.
In attesa di diventare meglio di così.
mi cancelli con un click, trascinando la mia faccia fuori dal tuo campo visivo, blocchi le mie parole, i miei dubbi, le mie incertezze...
e resti convinto che io ho troppe sicurezze.
e non sai quanto ti sbagli.
perchè come non ti ho conosciuto, così tu non hai conosciuto me, troppo raggomitolata ora.
Troppo triste e racchiusa.
e non è certo colpa tua.
lo so bene.
e forse fai bene a difenderti.
Io questo nodo alla gola lo manderò giù, prima o poi.
andrà.
andrà assieme a tutto quello che butterò nella spazzatura, appena avrò modo di voltare le spalle anche a me stessa.
E con un gesto della mano, come si scaccia un insetto fastidioso, mi cancelli.
E io lo rispetto.
E io non dico nulla.
Non giudico.
Mi tengo ciò che ho, ciò che sono.
In attesa di diventare meglio di così.
sabato 31 maggio 2008
una canzone arresa
sai qual'è la parte più difficile da mandar giù?
non mi sento parte di nulla...
non della mia famiglia,
non di un gruppo di amici,
non di una storia d'amore,
non di ...
non di me stessa...
la cosa di cui mi sento parte è il lavoro, proprio quello in cui mi faccio prendere per il culo da bambini di poco più di 10 anni...
la cosa più dolorosa è che mi sento fuori gioco, e non ho voglia nemmeno di sforzarmi per rientrarci...
sono stanca e arresa...
è questa la follia più grande.
non mi sento parte di nulla...
non della mia famiglia,
non di un gruppo di amici,
non di una storia d'amore,
non di ...
non di me stessa...
la cosa di cui mi sento parte è il lavoro, proprio quello in cui mi faccio prendere per il culo da bambini di poco più di 10 anni...
la cosa più dolorosa è che mi sento fuori gioco, e non ho voglia nemmeno di sforzarmi per rientrarci...
sono stanca e arresa...
è questa la follia più grande.
Tocchi le foglie al sole
(che sempre invochi su di te)
poggiata al ramo e nel cuore
il desiderio ardente di attrarre la mia pietà
Dispieghi con passione sdegnose verità
Io abbasso gli occhi e geme
la pena che nascondo alla tua vista
C'è la brezza che disegna la tua infelicità
fra le ortiche e questo pezzo di cielo
sempre più invisibile, inviolabile
Racconti delusioni
e il tempo che non c'è più
è un libro fra le mani:
lo leggi commovente in fiera dignità
"...gemma che effondi ardore,
anche se non lo sai,
io potrei darti amore..."
Da un varco scende il sole sul mio viso
Iscriviti a:
Post (Atom)